– Bom dia, 5ª feira (1 de 4).

👊🏻 Olá amigos! Tudo bem? Animados para mais uma jornada?

Por aqui, tudo pronto para suar mais uma vez em busca de saúde. Vamos correr a fim de produzir e curtir a tão necessária endorfina (controlando o cortisol)?

Pratique esportes. Sempre!

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– E por quê?

Mais uma noite longa, mal dormida e com “minhocas na cachola”.

Por quê?

Sei lá. Ou sei. Não sei. Mas Deus ajudará. A FÉ é o sustento.

– 4 Apps para Matar a Preguiça de Estudar Inglês!

Falar inglês significa conviver com o idioma o máximo possível – o que pode ser feito através de leitura, lazer (filmes, séries), estudos , viagem (…

Continua em: 4 Apps para Matar a Preguiça de Estudar Inglês!

– Análise da Arbitragem de Atlético Mineiro 1×1 Red Bull Bragantino.

Boa arbitragem de Jean Pierre “Vin Diesel” na tarde de hoje. No primeiro tempo, tivemos apenas 6 faltas marcadas (2 do Galo e 4 do Massa Bruta), e no segundo, 10. As equipes colaboraram e o árbitro, logo no começo do jogo, mostrou que não marcaria “cavadas”. Ah se todo jogo fosse assim…

Sem polêmicas, sem simulações e sem unfair-play. Ótimo. Três cartões amarelos corretamente aplicados (incluindo o de Carlos Eduardo, que não era para Vermelho, pois foi ação temerária em Guilherme Arana).

O destaque negativo ocorreu aos 49m, quando vimos um lance do “VAR intrometido”: num chute para o gol, a bola bate claramente no peito do jogador do Red Bull Bragantino, estando o árbitro bem posicionado e mandando seguir (era o último lance da etapa), e Jean Pierre foi chamado. É “caçar pelo em ovo”, não foi nada e parece que, simplesmente para aparecer, tem que existir uma intervenção do árbitro de vídeo. Impressionante a desnecessidade do chamado.

Atlético-MG X Bragantino: Saiba onde assistir e prováveis escalações

Imagem extraída de: https://sportbuzz.uol.com.br/noticias/futebol/atletico-mg-x-bragantino-saiba-onde-assistir-e-provaveis-escalacoes.phtml

 

– Agir com a “mente fria” / Agire a mente fredda.

A Saúde Mental é um assunto atual e importante. Por isso, precisamos estar com a mente fresca, em bom estado racional e emocional para tomarmos decisões corretas na vida.

Compartilho esse ótimo texto (está em italiano, mas de fácil compreensão), abordado o tema. Extraído de: https://meditazione101.wordpress.com/2021/09/12/agire-a-mente-fredda/

AGIRE A MENTE FREDDA

Imparare a fermarsi per imparare ad andare avanti


L’essere umano è una creatura tanto razionale quanto emozionale. Queste due sfere interagiscono tra loro tutti i giorni, nella nostra vita quotidiana, mantenendo un equilibrio dinamico che, alcune volte, può diventare esplosivo. Spesso, lasciamo che la parte emozionale, passionale, del nostro essere prenda il sopravvento, oscurando la nostra mente razionale e portandoci ad agire in modi che, a mente fredda, risultano inadatti e nocivi per il nostro stesso benessere.

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Nell’articolo di oggi parleremo di come imparare a gestire i momenti in cui il nostro io irrazionale prende il sopravvento. Vedremo che lasciare agire i nostri sentimenti senza controllo può danneggiarci, amplificando le difficoltà in cui ci troviamo, e che fermarsi e agire a mente fredda ci aiuta a vivere le esperienze sempre in modo più intenso e positivo.

La difficoltà di prendersi una pausa

La nostra vita, spesso, procede a tappe forzate. Abbiamo delle cose da fare, moltissime, entro un tempo dato, e cerchiamo sempre di convogliare nelle nostre azioni tutte le nostre forze, di modo da riuscire in quello che facciamo nel modo più efficiente possibile. Tendiamo, molto spesso, a non concederci una tregua, a rimandare una pausa per paura di perdere lo slancio. Così facendo, intraprendiamo una strada che spesso ci conduce a situazioni di stress sempre maggiore.

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Questo atteggiamento è tanto più deleterio quanto più l’esperienza che stiamo facendo è stressante e carica e, nei casi estremi, non fermarsi quando perdiamo il controllo, lasciando che la nostra mente consapevole si assopisca a favore della nostra mente emozionale, ha un effetto negativo su noi stessi su tutti i fronti. Infatti, in questi casi, non svolgiamo bene le attività che ci proponiamo e al contempo aumentiamo il nostro livello di tensione e ansia oltre i limiti del nostro benessere.

Per evitare che la situazione degeneri in questo modo, è sufficiente imparare ad agire sempre a mente fredda. Qualunque azione svolgiamo, se la facciamo con la giusta consapevolezza, risulta sempre meno stressante e dai risultati sicuramente migliori e, pertanto, prendersi una pausa quando sentiamo di averne bisogno è sicuramente la cosa più produttiva da fare.

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Tuttavia, non ci riusciamo quasi mai! Ci sentiamo dei traditori, degli sfaticati, e ci lasciamo travolgere dalla paura che, così facendo, peggioreremo solo la situazione, applicando in un contesto inadatto la regola del “via il dente, via il dolore”.

Gli ostacoli

La difficoltà che abbiamo nel dire “basta, mi fermo per un po’” è qualcosa che ci accomuna tutti. Soprattutto in contesti più rigidi, come a lavoro, fare una pausa ci appare quasi impensabile. Fermarsi vuol dire smettere di fare, e quindi ritardare il raggiungimento del risultato che vogliamo ottenere. Questa concezione, del tutto sbagliata, molte volte viene avallata e sostenuta da coloro che ci sono accanto. I nostri colleghi, per esempio, ci portando involontariamente a paragonarci a loro, e fermarsi quando loro non lo fanno ci appare quantomeno fuori luogo.

Questo modo di pensare è assolutamente nocivo. Sforzarsi di fare qualcosa quando non siamo nello stato mentale adatto per farlo non solo ci risulta incredibilmente difficile, ma ci porta a produrre anche risultati meno soddisfacenti. Voglio portarvi un esempio, forse sciocco, ma che ritengo possa far capire alla perfezione.

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Se stiamo cucinando una cena elaborata, magari perché abbiamo degli ospiti a cena e quindi non possiamo fare altrimenti, il nostro stato attuale è una caratteristica determinante per un risultato soddisfacente. Senza parlare del nostro stato mentale, immaginiamo di non stare molto bene fisicamente, magari di avere un po’ di nausea. Tutta l’esperienza della cucina, in questo caso, diventa per noi una vera sofferenza. Sentire gli odori ci disturba, assaggiare ci fa stare male. Quell’azione, che solitamente è un’esperienza positiva per noi, bella, in questo frangente ci risulta molto spiacevole. D’altra parte, oltre al non goderci appieno l’esperienza in sé, anche il risultato che otteniamo sarà meno buono e alla fine avremo di fatto sprecato semplicemente un sacco di tempo, non ottenendo nulla nel mentre e dopo.

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Questa verità vale anche per tutte le altre azioni che svolgiamo, laddove, però, ad essere inadatto e il nostro stato mentale. Se abbiamo ansia, paura, un qualunque malessere emozionale non identificato, o peggio siamo preda del nostro io irrazionale, svolgere ogni azione ci risulta difficile e dal risultato deludente, con l’aggravante che non trattandosi di un malessere fisico, non ci sentiamo giustificati a lasciar perdere.

L’importanza di fermarsi un po’

Il modo ottimale per gestire questi momenti è veramente semplice e alla portata di tutti: basta fermarsi. Prendersi una pausa, fare una passeggiata e concentrarsi, cercando di restituire alla nostra mente razionale e consapevole le redini della nostra vita, ci aiuta ad uscire dalla grotta delle emozioni incontrollate. Darsi una tregua per mettere ordine nei propri pensieri è un’azione a costo zero, ma dal guadagno infinto. Non stiamo abbandonando per sempre la sfida che ci troviamo di fronte, ma ci mettiamo un momento da parte per affinare gli strumenti per affrontarla al meglio. Anzi, prendersi una pausa in questi momenti è il modo migliore per risolvere un problema in modo efficiente e farlo senza sentirci condizionati dagli altri è la cosa migliore che possiamo fare.

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Vi dirò di più, spesso è necessario farlo. Nei momenti in cui sentiamo di perdere il controllo, quando le nostre emozioni tendono a braccare la nostra razionalità, riconoscerlo e fermarsi è l’unica via effettivamente percorribile. Farlo, anche per poco, può fare la differenza, dandoci il tempo di mettere tutto nella giusta prospettiva, per riacquistare l’equilibrio e il giusto stato mentale. Così, ogni esperienza sarà sicuramente più produttiva e piacevole e ogni sfida che superiamo, per quanto in apparenza insormontabile, sarà per noi benefica e soddisfacente.

– O que é Respeitar o Funcionário dentro da Empresa?

Chefes que pensam no bem estar da equipe e na alegria de cada um de seus funcionários? Isso é possível?

Para o autor de “Felicidade dá Lucro“, sim!

Extraído de: http://epocanegocios.globo.com/Carreira/noticia/2016/09/respeitar-uma-pessoa-no-trabalho-nao-e-so-falar-baixo-com-ela.html

RESPEITAR UMA PESSOA NO TRABALHO NÃO É SÓ FALAR BAIXO COM ELA.

Marcio Fernandes, CEO da Elektro, ficou conhecido por sua filosofia de gestão ancorada na felicidade. Para ele, as empresas têm de criar uma relação de afetividade com os trabalhadores — e isso não tem a ver com ser permissivo

Imagine o seguinte cenário. Uma empresa concorrente faz uma proposta para contratá-lo. Animado, você ensaia deixar o cargo atual e partir para a nova casa. Já está tudo certo para você sair. Só que o seu empregador faz uma contraproposta. E… Fica difícil negar. Se você não passou por tal situação, certamente tem um colega que sim. Mas para Marcio Fernandes, CEO da distribuidora de energia Elektro, a estratégia dessas empresas não faz o menor sentido. “É impossível fazer uma gestão de engajamento em um ambiente onde você compra a permanência das pessoas”, afirma. Marcio ficou conhecido por levantar, com firmeza, a bandeira da felicidade dentro das corporações. Ele é autor do livro “Felicidade dá Lucro” (Companhia das Letras), lançado no ano passado, e suas ideias vão contra os modelos mais tradicionais de gestão.

O executivo, que assumiu a presidência da Elektro aos 36 anos, defende que, com abertura para diálogo e “convergência de propósitos”, é possível ir muito mais longe. Trata-se de uma forte relação de confiança e respeito com os trabalhadores. “A gente precisa entender que respeitar uma pessoa não é só falar baixo com ela ou falar de maneira adequada — isso é não cometer assédio moral.” E se engana quem pensa que a filosofia tem a ver com ser mais permissivo. Nada disso. A “régua é alta” para os funcionários. Ou melhor, “colaboradores”. No meio da entrevista, Marcio Fernandes pede para fazer um adendo: “Não falo de funcionário, falo de colaborador. Máquinas funcionam, pessoas podem optar por colaborar. É bem sensível, mas faz diferença”.

No começo de novembro, ele falará sobre como fazer da felicidade uma vantagem competitiva na HSM Expo 2016, em São Paulo. Nesta entrevista, o executivo aborda a relação que gestores devem construir com sua equipe, o lado positivo de trabalhar sobre pressão e como não deixar que a crise espalhe pessimismo dentro da empresa.

Até que ponto um gestor deve se preocupar com a felicidade de sua equipe no que diz respeito a questões que vão além do trabalho?
Ele tem de se preocupar 100%. Mas não é o “dono” do que acontece na vida das pessoas. Ele tem de ter limites de respeito — não pode invadir a individualidade de maneira alguma —, mas tem de se interessar. É importante saber se a pessoa está bem em casa, se está endividada, se está doente ou se há alguém doente na família. É o interesse genuíno. Isso porque é muito difícil chegar para alguém e dizer: “Minha visão dos seus valores está ali naquela parede, somente siga”. O cara vai odiar, nem sabe se concorda. O que fazemos é, antes de dizer o que queremos dele, perguntar o que ele quer. Se conseguimos ter esse nível de discernimento e sensibilidade, teremos uma equipe de altíssima performance porque saberemos respeitar os momentos de cada pessoa.

Se a pessoa está com algum problema, qual é o próximo passo? Como o gestor poderia interferir?
Aqui [na Elektro], oferecemos ajuda. Tem ações institucionais, como o sistema “Mais Apoio”. As pessoas podem acioná-lo a qualquer hora do dia, com total confidencialidade e anonimato, para falar de qualquer problema. Se está endividada, ela tem auxílio de um consultor financeiro para reestruturar as contas e renegociar dívidas. Ou, se preferir, pode ir direto para o gestor. Uma colaboradora está com a filha na UTI desde que nasceu. A licença maternidade já acabou, ela voltou para o trabalho, mas a menina continua no hospital porque nasceu muito prematura. Então, conversamos e construímos uma escala de trabalho que viabilize que a mãe priorize a filha. Isso gera um processo de engajamento e credibilidade que transcende a relação de trabalho. É uma relação de confiança.

O ideal, então, é que os gestores conversem frequentemente?
Dimensionamos as equipes para que o líder tenha condições reais de, durante o período de um mês, falar com todas as pessoas individualmente, com qualidade, pelo menos três vezes. Isso vai gerando um alinhamento, uma combinação melhor das expectativas. Saímos do efetivo — regras, metas — e ampliamos para o que é afetivo também.

E assim o trabalhador sente-se mais motivado?
É uma construção. A primeira coisa é abrir diversos canais para que as pessoas possam ser ouvidas. Investimos muito na preparação da nossa liderança para que ela soubesse abrir espaço para o diálogo. Historicamente, no mundo normal, o chefe é o cara que manda. Colocamos aqui uma quebra de paradigmas. Nem chamamos nossos líderes de chefes, mas de facilitadores. E também medimos o líder, em indicadores de performance, pelo desenvolvimento de pessoas. A gente não faz avaliação de desempenho, mas um diário de competências, ressaltando o que está indo bem e apontando o que precisa de melhorias — e contribui para esse processo. À medida que tudo isso se desenrola, as pessoas vão se sentindo mais à vontade para opinar, para participar, para mudar de área.

Ouço o sr. falando muito sobre respeito. Imagino que vá muito além de simplesmente não levantar a voz com o subordinado. 
A gente precisa entender que respeitar uma pessoa não é só falar baixo com ela ou falar de maneira adequada. Isso é não cometer assédio moral. Respeito vai muito além. Respeitamos as pessoas, por exemplo, quando não fazemos julgamento em relação às escolhas que ela faz — sejam opções pessoais ou de carreira. Não fazemos um trabalho para que a pessoa fique onde a gente quer que ela fique. A gente trabalha para que elas fiquem onde elas sonharam ficar. Ela não precisa mentir para fazer uma média com o chefe. Aqui ninguém faz média. Todo mundo sabe que os facilitadores são medidos pelo desenvolvimento de pessoas. Se a pessoa for sincera com ele e sincera consigo mesma, ela vai buscar o que sonha. E nós vamos respeitar. O normal é o vertical: o cara entra em uma posição de advogado júnior, vai para advogado pleno, depois advogado sênior, depois gerente do jurídico. Aqui a gente deixa aberto para ele dizer, em uma conversa franca, o que quer. Ele pode dizer que o sonho dele é trabalhar no RH. Aí, fazemos uma análise do que ele tem e do que ainda falta para ele conseguir a vaga que busca, ele vai investir nele mesmo e vamos ter um programa de educadores. Quando fazemos isso, conseguimos uma grande convergência de propósitos. Todo mundo ganha.

Se você conseguir se conectar com um propósito, seja lá o que fizer, vai ter mais momentos de felicidade do que a média”

No momento econômico turbulento pelo qual passa o país — quando todos são mais cobrados —, como não deixar que o pessimismo se espalhe dentro da empresa?
Essa é uma dúvida recorrente. A crise, muitas vezes, degenera a vontade das pessoas de lutar. Parece que a guerra está perdida — elas acabam aceitando muito passivamente. Chegam a usar esse momento difícil como justificativa para insucessos individuais. Também muitas empresas falam da crise como a grande culpada de tudo. O que temos feito para nos blindar e impedir que as pessoas se influenciem é, basicamente, duas coisas. Primeira: criar movimento. Significa fazer com que a vida da pessoa passe a ter ritmo, que não seja só guiada. Tem que ser uma vida de protagonismo, de autonomia. A segunda parte: dar abertura total a propostas. Ao mesmo tempo em que vivemos uma crise, estamos batendo recordes de eficiência gerados pelo protagonismo dessas pessoas. A gente tem, sim, dificuldades. Afinal, a crise nos afeta, já que o consumo de energia diminui. Mas por outro lado, a gente chega a quase 30% de eficiência em custos, sem fazer nada absurdo. Pelo contrário, a gente fala de eficiência e não de corte. As pessoas é que estão sendo as protagonistas disso. A gente promove uma verdadeira revolução no currículo das pessoas que querem fazer coisas diferentes. A abertura para propostas faz com que as pessoas queiram participar. E as pessoas que participam têm mais reconhecimento. Elas entram em um ambiente de movimento contínuo. Todo esse movimento faz com que não se sintam vulneráveis à crise.

Então mais pressão não precisa significar menos chances de ser feliz?
Costumo dizer que a pressão é só mais um ingrediente. Eu, por exemplo, gosto de ambientes com um pouco mais de pressão. A gente precisa de algum gatilho. Em momentos de pressão, as pessoas tendem a se movimentar com mais ênfase. E o que seria um motivo para pessoa ficar triste e frustrada, torna-se o contrário. Porque ela teve uma disciplina maior para buscar aquilo que sonhou e, óbvio, terá mais êxito.

Muitas pessoas criticam a ideia de que você tem de buscar felicidade o tempo todo. Você discorda delas?
Não. Acho que é impossível buscar o tempo inteiro a felicidade. Realmente existem momentos que não são considerados felizes. É só que, na minha opinião, precisa ter sempre uma conexão muito clara com propósitos. Se você conseguir se conectar com um propósito, seja lá o que você fizer, vai ter mais momentos de felicidade do que a média de pessoas.

Sua filosofia tem a ver com acabar com a ideia de que existe uma vida no trabalho e outra fora. Quando essas duas se convergem?
Elas estão sempre misturadas. O problema é quando tentamos separar. Na minha visão, quando você fala “na minha vida pessoal, eu não sou assim” ou “no meu trabalho tenho que assumir uma postura diferente da minha vida pessoal”. Isso gera um peso. É uma máscara difícil de carregar e manter. Sou um grande adepto da ideia de que temos uma única vida. E ela não é divida em duas partes. Eu sou o que eu sou no trabalho. E eu sou o que eu sou na vida pessoal. As duas coisas são a mesma. O que é importante deixar bem claro é que há quatro momentos que a gente precisa garantir. O tempo para trabalhar, o para família, o para dormir e o para você mesmo. Não significa sejam excludentes.

Quais são os piores exemplos que já observou em empresas?
Tem inúmeros exemplos. A perda de produtividade está na falta de coerência, por exemplo: “faça o que eu falo, não faça o que eu faço”. Isso é muito frequente, infelizmente, nessas empresas com gestão tradicional, fadada à morte. Essa coisa da retenção também. É impossível fazer uma gestão de engajamento em um ambiente onde você compra a permanência da pessoa. É péssimo. A gente nunca passa da média. Quem quiser ficar aqui tem de ser por uma opção de vida. E ainda há empresas que fazem debate sobre políticas de retenção. Acho isso tão imbecil.

O que tem de ser feito no lugar?
Para mim, um processo de encantamento, para que a pessoa decida trabalhar com você.

Como um gestor pode ajudar o colaborador a encontrar seu propósito?
Você não cria um propósito no trabalho para a pessoa. Você pega o propósito que a pessoa tem para a vida dela e converge para os seus propósitos de trabalho.

Atender bem o cliente, respeitar o fornecedor… Cara, isso não é propósito para a pessoa, é propósito para a empresa”

Como assim?

Digamos que a empresa tem o propósito de ser a maior do Brasil, com a maior rentabilidade, com o melhor serviço ao cliente. Esse é o propósito de uma empresa.  Aí você pega a pessoa e vê qual é o propósito de vida dela. E você tem de conversar com pessoa por pessoa para saber. Você vai mapear isso, registrar e fazer com que os propósitos de empresa e das pessoas seja convergente. Eu já tive uma discussão com o diretor de uma empresa do setor financeiro. Ele disse que criava propósito para as pessoas: atender bem o cliente, respeitar o fornecedor… Cara, isso não é propósito para a pessoa, é propósito para a empresa. A pessoa pode olhar e questionar: “essa empresa só quer isso de mim?”. Isso é o que ela vai fazer porque você está pagando. O que é preciso saber é o que a pessoa quer para a vida dela. Ela vai ver que existe interesse genuíno. Não dá para você ficar mandando, obrigando, fiscalizando as pessoas o tempo inteiro. O controle custa caro demais, então a gente precisa criar convergência de propósito.

Depois de virar referência em felicidade, a procura por cargos na Elektro aumentou?
Nossa, muito. Tivemos um aumento muito legal. A gente fazia programa de seleção de estagiários e, para completar o número de vagas, dava um trabalhão. Afinal, o setor de energia elétrica não é muito sexy. Então a gente sofria. Agora, vou dar o exemplo do último programa que a gente fez. Foi no meio do ano, período não muito comum para procurar estagiários. Tivemos também 20 vagas — só que 60 mil inscrições. Foi de cair da cadeira. No final, acabamos ampliando o programa e chamando 40.

Ser um líder de que todos gostam pode afetar a maneira como o gestor faz suas decisões?
A gente não é uma ONG. Todas as lideranças aqui são, sim, admiradas. Mas o que as faz ser assim não é serem paternalistas ou simplesmente passivas. É fazer tudo com ética, justiça, coerência. Ser admirado como gestor é resultado de uma gestão transparente, aberta, participativa. Não é que você pode fazer coisas erradas. “Ah, não vão me mandar embora.” Pelo contrário, temos uma régua muito mais alta agora que nos tornamos exemplo.

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Imagem extraída do link acima citado – Marcio Fernandes, CEO da Elektro (Foto: Divulgação)

– Quando Madre Teresa foi heroína da Marvel!

Dias atrás (dia 05/09), celebramos Madre Teresa de Calcutá, a caridosa e corajosa freira que virou santa.

E você sabia que ela já foi “super-heroína” da Marvel?

Olhe que curioso a revista dela, em: https://www.acidigital.com/noticias/quando-madre-teresa-foi-a-heroina-de-uma-historia-da-marvel-62798

QUANDO MADRE TERESA FOI A HEROÍNA DE UMA HISTÓRIA DA MARVEL

Em 1983, a Marvel lançou uma popular história ou comic sobre são João Paulo II e teve tanto sucesso que, um ano depois, fez o mesmo com santa Teresa de Calcutá.

Ainda é possível conseguir cópias usadas de sua história em lojas virtuais como Amazon.com e assim é descrita por um usuário:

“Fique longe deste comic se busca ação e lutas sem palavras, páginas após páginas. Ao contrário, encontrará a história de como uma pessoa comum se converte em herói com coragem, fé e compaixão e muda cada uma das vidas de quem encontra, por todos os meios, em verdadeiros crentes”.

Esta é a capa da história:

IN ENGLISH –

Days ago (September 5), we celebrated Mother Teresa of Calcutta, the charitable and courageous nun who became a saint.

And did you know that she was once a Marvel “superheroine”?

Look how curious her comic book is, at: https://www.acidigital.com/noticias/quando-madre-teresa-foi-a-heroina-de-uma-historia-da-marvel-62798

WHEN MOTHER TERESA WAS THE HEROINE OF A MARVEL STORY

In 1983, Marvel released a popular story or comic about Saint John Paul II and it was so successful that, a year later, they did the same with Saint Teresa of Calcutta.

It is still possible to get used copies of her story in online stores like Amazon.com, and it is described by one user as follows:

“Stay away from this comic if you’re looking for wordless action and fighting, page after page. Instead, you’ll find the story of how an ordinary person becomes a hero with courage, faith, and compassion and changes every single life of those she meets, by all means, into true believers.”

This is the cover of the story:

– Que combinação bonita de cores!

E os ipês, hein? Essas flores rosas realmente são bonitas!

Tanto os amarelos quanto os brancos, nesse ano, me pareceram mais floridos do que normalmente são. Ou não?

📸 #FOTOGRAFIAéNOSSOhobby
#ipês #ype #flor #flower #flowers #pétalas #pétala #jardim #jardinagem #rosa #garden #flora

– Os 3 lances polêmicos de Palmeiras 2×2 Athletico Paranaense.

O árbitro Esteban Ostojich, em janeiro de 2021, pela partida de volta da semifinal da Libertadores de 2020, foi elogiado por Abel Ferreira em Palmeiras 0 x 2 River Plate (ocorreram 3 lances fundamentais que os argentinos chiaram bastante, pois as decisões – corretas – classificaram os brasileiros).

Relembre aquela oportunidade aqui: https://pergunteaoarbitro.wordpress.com/2021/01/15/3-pontos-de-vista-sobre-o-var-do-allianz-arena/

Nesta 3ª feira, em Palmeiras 2×2 Athletico (novamente um jogo de volta da semifinal da Libertadores), igualmente 3 lances polêmicos. Vamos a eles:

1- Aos 27m, Rony e Alex Santana estão naquele outrora corriqueiro “empurra-empurra” dentro da área (que diminuiu bastante nos últimos anos). A troca de agarrões termina quando o atleta do Furacão atinge o palmeirense, que cai na área. Agressão?
No futebol, isso se chama “Ação Temerária”, e é para Cartão Amarelo (foi essa a interpretação do árbitro). Quem entendeu como “Conduta Violenta” (que é para Cartão Vermelho) se apoiará na orientação da FIFA para agir com rigor em lances de disputa de bola onde o jogador usa os braços para atingir o a cabeça do seu oponente (devido à prevenção de casos de contusões e concussões, uma bandeira da entidade). Para mim, não foi o caso, parece mais que Alex tentou se desvencilhar de Rony, que estava em seu cangote. A queda “exagerada” do atacante contribuiu para que o experiente árbitro não desse o Vermelho. Concordo com a decisão da arbitragem (mas ressalto: entendo quem enxergou de outra forma).

2- Aos 45+2m, Murilo atinge com a sola (e portanto, com as travas da chuteira) seu adversário Vitor Roque. Ele perde o tempo da bola e acerta em cheio a perna. É um clássico lance para Cartão Vermelho, errou o árbitro em ter dado Cartão Amarelo no 1º momento, mas foi salvo pelo VAR. Aqui, não cabe interpretação, é o chamado “Jogo Brusco Grave”, que merece obrigatoriamente a expulsão. Correta decisão.

3- Aos 59m, lance de Fernandinho e Rony: na hora, por conta do suposto pisão, entendi que foi pênalti. Porém, revendo o lance, sou honesto em mudar de opinião. No link abaixo, pareceu-me que Rony está se projetando antes do toque, e na segunda imagem, ele, ao sentir o contato físico, simula. O toque o impediu de jogar?
Para mim, não é pênalti (e concordo com a decisão do árbitro, é lance de campo, não de VAR). Claro, respeito quem entendeu diferente.
Em: https://www.youtube.com/watch?v=ko98u7Cj-nY

Assim: dois lances discutíveis e um lance não discutível. Abel não concordou com as decisões, diferente do jogo contra o River. Não sei a opinião do Felipão, pois o time foi comandado por Paulo Turra (Scolari estava suspenso). E você, o que achou?

Deixe seu comentário:

Extraído de: https://www.estadao.com.br/esportes/futebol/palmeiras-x-athletico-pr-escalacao-das-equipes-onde-assistir-horario-e-arbitragem/

– Flowers.

🇺🇸 Very beautiful #flowers to brighten our day. Live nature and its beauty. Did you like the delicate #petals? / 🇧🇷 #Flores muito bonitas para alegrar nosso dia. Viva a #natureza e sua beleza. Gostaram das #pétalas delicadas?

📸 #FOTOGRAFIAéNOSSOhobby
#flor #flower #pétala

– O belíssimo amanhecer.

Olhe só (abaixo) nossa belíssima paisagem caipira, há pouco. Para onde estará indo aquele avião?

Que quarta-feira bonita, amigos!

📸 #FOTOGRAFIAéNOSSOhobby
#amanhecer #morning #sol #sun #sky #céu #natureza #horizonte #fotografia #BragançaPaulista #landscapes #inspiração #mobgrafia #XôStress #nuvens #clouds

– Corra que faz bem!

E feriado também é dia de suar! Hoje, mais um treino finalizado, controlando os batimentos cardíacos.

Correr faz muito bem, traz equilíbrio para o corpo, para a alma e para a mente! E meus outros motivos para correr eu explicito aqui: https://professorrafaelporcari.com/2020/06/13/bom-dia-sabado-explicando-uma-historia-sobre-animo-e-mobgrafia-em-cores-e-cliques/

 

– Bom dia, 4ª feira (4 de 4).

🌅 06h20 – Desperte, Bragança Paulista, bem bonita.

Que a quarta-feira possa valer a pena.

(E há de valer – creiamos nisso).

🍃🙌🏻 📸 #FOTOGRAFIAéNOSSOhobby
#clouds #nuvens #sky #céu #photo #nature #morning #alvorada #natureza #horizonte #fotografia #pictureoftheday #paisagem #inspiração #amanhecer #mobgraphy #mobgrafia

– Bom dia, 4ª feira (3 de 4).

🌺 Fim de cooper! Valeu o treino (além do esforço).

Estou suado, cansado e feliz, alongando e curtindo a beleza da natureza. Hoje, com essas delicadas plantas: rosas.

Curta flores! Elas nos desestressam e aliviam a mente.

🏁 🙆‍♂️ #corrida #treino #flor #flower #flowers #pétalas #pétala #jardim #jardinagem #flores #garden #flora #run #running #esporte #alongamento

– Bom dia, 4ª feira (2 de 4).

🙏🏻 Enquanto vou correndo, fico meditando e faço uma prece:

“- Ó Virgem Maria, Mãe de Deus e Nossa Mãe, rogai por nós que recorremos a vós. Hoje, especialmente pelos que estão solitários, sem alguém para que possam se relacionar afetiva ou espiritualmente. Amém.”

Reze, e se o que você pediu for para seu bem, Deus atenderá.

⛪😇 #Fé #Santidade #Catolicismo #Jesus #Cristo #Maria #NossaSenhora #PorUmMundoDePaz #Peace #Tolerância #Fraternidade

– Bom dia, 4ª feira (1 de 4).

👊🏻 Olá amigos! Tudo bem? Já de pé para o dia render!

Por aqui, tudo pronto para suar mais uma vez em busca de saúde. Vamos correr a fim de produzir e curtir a tão necessária endorfina (controlando o cortisol)?

Pratique esportes. Sempre!

🏃🏻👟 #Fui #RunningForHealth #run #cooper #training #corrida #sport #esporte #running 

– Que tipo de Contrato você assina?

“Contrato pra gente honesta, não precisa. Contrato pra gente que não presta, não adianta”.

Autor desconhecido

Demissão por acordo: como fazer seguindo a nova lei | Blog Coalize

Imagem extraída de: https://www.coalize.com.br/demissao-por-acordo

– Criança sapeca.

Uma moleca sapeca!

Ela tem um “quê” de macaquinha. Não pode ver uma árvore que quer subir…

E isso é ótimo!

👸🏼🐒🌴 #PaiDeMeninas #amor #love #sorriso #smile

– Dr Dimas Covas, o homem da Ciência e da Fé.

Há dois anos, um médico se debruçava para viabilizar a vacina contra a Covid. Esforçando-se nos estudos e crendo na fé, Dr Dimas Covas foi um dos grandes nomes no combate da pandemia.

Relembre, extraído de: https://www.abcdoabc.com.br/abc/noticia/fe-ciencia-religiao-dimas-covas-homem-por-tras-coronavac-brasil-114281

COM FÉ NA CIÊNCIA E NA RELIGIÃO, O HOMEM POR TRÁS DA CORONAVAC NO BRASIL

Católico, diretor do Butantã recorre a textos de São Tomás de Aquino para manter o equilíbrio; embate entre ciência e política é onde o médico empenha sua energia.

Na quarta-feira, 9, o hematologista Dimas Tadeu Covas acordou por volta das 3 e meia da manhã e mergulhou em seu pequeno ritual diário de orações – uma maneira de começar o dia que ele descreve como “o momento em que faço minha reflexão, me examino, defino prioridades, procuro me ligar ao absoluto”. Até aí, nada de novo no front. Sair da cama ainda de madrugada e aproveitar para rezar um pouco – às vezes com a ajuda de um terço, às vezes não – tem sido rotina para ele nesses meses de pandemia.

A grande novidade viria logo a seguir. Naquela manhã, Covas chegou ao Instituto Butantã e viu de perto um frasco da Coronavac, a primeira vacina contra a covid-19 feita em solo brasileiro. Produzido na noite anterior em uma área de segurança máxima onde só entram técnicos paramentados, o imunizante faz parte de um lote de 900 mil doses que dará origem a uma produção de 1 milhão de exemplares por dia. Uma das vacinas que prometem acabar aos poucos com o flagelo que já matou 185 mil brasileiros, a Coronavac é um líquido incolor. “Límpida como a água”, descreve Covas. E é também resultado de um embate entre ciência e política com lances duríssimos, em que o médico empenha toda a sua energia, 24 horas por dia.

Dimas Covas é o homem da vacina. Diretor do Instituto Butantã há três anos, prospectou potenciais parceiros para produzi-la em São Paulo, bateu o martelo com o laboratório chinês Sinovac, fechou acordo de transferência de tecnologia, coordenou a importação de insumos, comanda a fábrica de onde saem os frascos e, sobretudo, banca sem fraquejar: “a Coronavac é uma das opções mais seguras do mundo”. Se der tudo certo, entrará para o rol dos grandes heróis da ciência brasileira. No momento, no entanto, é um cientista sob pressão.

Desde o começo da pandemia, emagreceu 10 quilos, dorme mal, passa o dia pendurado no celular, vê muito pouco a família – que está em Batatais, no interior de São Paulo, enquanto ele permanece em um flat na capital. Convive o tempo inteiro com os desdobramentos sem fim da peleja entre o presidente da República que critica, faz chacota e dificulta a chegada da Coronavac porque ela foi desenvolvida em parceria com um laboratório da China, hoje uma das maiores potências científicas do mundo, e o governador de São Paulo que bota pressão para que o imunizante seja aprovado logo.

“É uma responsabilidade muito grande, uma pressão imensa. Mas, a despeito de todo o sacrifício pessoal, pode ter certeza: me preparei durante toda minha vida para enfrentar esse tipo de situação, ela não me amedronta nem por um minuto. Faço isso por convicção interna, pela visão do meu papel no mundo. Isso me deixa muito confortável”, diz ele.

Dimas Covas é extremamente católico. “Em alguns momentos, sou inclusive fervoroso”, define. Foi agnóstico a maior parte da vida até que, aprofundando seus interesses por teologia, teve uma epifania nos escritos do frade e filósofo italiano São Tomás de Aquino.  A influência do pensador na maneira como Covas se movimenta na vida é acachapante. “Sem dúvida nenhuma o maior lógico que já existiu depois de Aristóteles, Tomás de Aquino é meu grande mestre. Ele me ensinou a pensar – e agora me orienta”.

Para manter o equilíbrio nesses tempos de exceção, recorre a trechos de textos tomistas, sempre nas madrugadas, quando consegue cavar um pouco de tempo. A adesão ao legado do filósofo é tanta que o médico costuma registrar pensamentos, memórias e poemas com caligrafia gótica, usando as canetas-tinteiro e os papéis de diferentes gramaturas que garimpa em suas viagens – apenas para ter o prazer de escrever como se estivesse em uma abadia medieval. Sujeito de fala pausada, Covas se anima bastante quando conversa sobre os teólogos da ciência modernos. Costumava publicar textos sobre o tema no blog http://www.opusmaterdei.blog, temporariamente abandonado por culpa do coronavírus. “Se sou católico, é porque sou cientista!”, anuncia.

Além de ter fé suficiente para dividir entre a religião e a ciência, o sujeito que hoje assume responsabilidade total pela vacina que acredita ser a mais viável para os brasileiros tem também uma trajetória profissional bojuda. Filho de um carteiro e de uma dona de casa, Covas nasceu e cresceu em Batatais, a 355 km da capital – onde ainda moram a mulher, a biomédica Claudia, e a filha Giulia, de 17 anos; Lorenzo, o filho de 23 anos, estuda na Fundação Getúlio Vargas, em São Paulo.

Foi um adolescente fissurado por Freud, por filosofia, por ciência. Entrou para a Faculdade de Medicina de Ribeirão Preto da Universidade de São Paulo por causa da imensa reputação da instituição na área da pesquisa. A princípio, tinha um objetivo difuso de um dia unir Psicologia e Filosofia à Biologia. Mas, no meio do curso, se encantou pelos estudos do câncer no sangue – leucemias, linfomas etc.  Foi fazer residência em Hematologia e estava no meio do doutorado quando, na década de 1980, estourou o que até hoje considera um escândalo nacional agudo, um dos maiores baques de sua trajetória médica e um momento em que intuiu que a ciência não pode tudo.

Vírus até ali desconhecido, o HIV começou a infectar também pacientes fora dos grupos de risco que precisavam de transfusões de sangue. “De repente, 60% dos meus pacientes com hemofilia foram contaminados por transfusões que eu prescrevia, sem saber que o sangue não era seguro. Foi um choque muito grande”, lembra. A comunidade científica começou a se organizar para criar maneiras de garantir a qualidade dos bancos de sangue e Covas foi convidado para integrar um grupo que implantaria uma rede de hemocentros no estado de São Paulo. Logo depois, foi encarregado de montar o Hemocentro de Ribeirão Preto.

“Ali começou o que seria a grande dedicação da minha vida, o meu envolvimento com a Saúde Pública, a minha formação como gestor e a oportunidade de colocar em prática toda a minha criatividade científica”, resume. Público e regional, o Hemocentro de Ribeirão Preto é uma rede que se espraia por quinze cidades, atende 10% da população do Estado, tem cerca de 450 funcionários e 100 pesquisadores, fornece sangue e trata pessoas que precisam de transfusões.  Mas, além da assistência, o lugar seguiu à risca a tradição de pesquisas da Faculdade de Medicina de Ribeirão Preto e virou berçário de estudos sobre biotecnologia, diagnóstico, novos tratamentos e moléculas recombinantes.

O Hemocentro de Ribeirão Preto engloba também dois outros grandes centros, até hoje coordenados por Covas. Um deles é o Instituto Nacional de Ciência e Tecnologia em Células-Tronco e Terapia Celular no Câncer (INCT-C). O outro é Centro de Terapia Celular (CTC), apoiado pela Fapesp. Foi dali que saiu, no ano passado, o feito que ele considera o ápice de sua carreira científica: a cura de um portador de linfoma não Hodgkin com células CAR-T, terapia feita com células reprogramadas do próprio paciente. Primeiro do gênero feito no Brasil, o tratamento teve repercussão imensa. Dois meses depois, o paciente, um idoso de Belo Horizonte, levou uma queda em casa, teve traumatismo craniano e morreu – o que aumentou ainda mais o alcance do caso. “Foi uma celeuma. Mas o meu grupo foi muito bem-sucedidos, isso me deu muito orgulho. É o auge da minha trajetória”.

Quando o tratamento foi feito, Covas já ocupava a direção do Butantã – mas o episódio ajuda a explicar um pouco como foi parar lá. O médico representa uma escola com visão extremamente prática da ciência. Ligado ao desenvolvimento em biotecnologia, acredita em pesquisas que levem a algum lugar: ou a um medicamento, ou a um tratamento, ou a um diagnóstico. Nunca, jamais, a pesquisa só pela pesquisa. É uma corrente que conta com críticos que apontam os perigos de amarrar a liberdade da ciência a fins necessariamente utilitários. Mas Covas vai que vai nesse caminho. 

Orgulha-se de um rol de resultados palpáveis de seu trabalho: foi o primeiro no Brasil, por exemplo, a desenvolver proteínas recombinantes para tratamento de hemofilia, remédio hoje usado de forma corriqueira, e a desenvolver patentes no setor. Por causa dessa atuação intensa e pé no chão na hematologia, acabou em contato próximo com o Butantã quando se resolveu que, além de fazer vacinas e soros, o lugar abriria também uma fábrica de hemoderivados. Covas nem gostava muito da ideia – achava que o caminho era desenvolver o recombinante, e não coletar sangue e plasma para obter esses fatores. Ainda assim, se aproximou da instituição.

Em 2017, o Butantã se enfiou numa crise cascuda, que incluiu denúncias de desvios e culminou no afastamento do imunologista Jorge Kalil de sua direção. Covas foi chamado às pressas para uma conversa com o então secretário de Saúde do Estado de São Paulo, David Uip, que conhecia desde os tempos em que o desafio da vez era controlar o HIV. Pelo que conta, acabou convidado à queima-roupa para assumir o Butantã. “Ele me deu cinco minutos para pensar. Topei, mas com o espírito de ajudar o David e na expectativa de que seria uma transição para colocar o Instituto em ordem”, lembra. Olhando a instituição de perto, concluiu que ela sofria de crise de identidade. “Fazia pesquisa, produção, ensino, cultura. No conjunto, parecia ter sentido, mas quando você analisava melhor, era só um ajuntamento de coisas”.

Sentado na cadeira de diretor, Covas botou seu software pragmático para rodar.  Anunciou que o grande ativo do Butantã são as sete vacinas que produz e fez um plano de voo para colocá-las no mercado internacional – a meta para 2020 era incluir o instituto entre os três maiores produtores do mundo, atrás de gigantes multinacionais como a francesa Sanofi e a britânica GSK e disputando lugar com a americana MSD. Refez a fábrica da vacina contra a gripe e a embicou no mercado como a maior do Hemisfério Sul – com produção anual de 80 milhões de frascos só para o Brasil e capacidade de outros 80 milhões para o mundo. No ano passado, viajou pelo planeta atrás de parcerias. Com a MSD, fechou o primeiro acordo de transferência de tecnologia entre o Butantã e uma multinacional – que fez aporte inicial de 100 milhões de dólares para ter acesso ao mapa da mina da vacina da dengue.

Enquanto as ambições comerciais corriam soltas, o Butantã ficava ligado também na ameaça iminente de uma epidemia. O Instituto participa de alguns organismos internacionais que discutem o tema, entre eles um formado pela Fundação Bill e Melinda Gates e pela Organização Mundial da Saúde (OMS), cujas prospecções levavam a crer que o próximo vírus que faria o mundo tremer seria o influenza H7N9. Como o Brasil se encaixa no perfil dos países mais ameaçados por esse vírus, o Butantã correu para desenvolver uma vacina, já em fase estudo clínico. 

O Sars-CoV-2, vírus que causa a covid-19, no entanto, apareceu antes. “Todo mundo olhava com certo desdém: vai ser mais um Sars (síndrome respiratória aguda grave) ou um Mers (síndrome respiratória do Oriente Médio) que vai dar apenas uma certa epidemia ali na Ásia. Quando começou a se espalhar, já em janeiro, montamos no Butantã o primeiro comitê para enxergar seriamente o assunto, que precedeu o que foi montado pelo governador. Ali já discutíamos aspectos relacionados com diagnóstico, testes, estratégias de enfretamento e, claro, vacinas”, diz Covas.

Até o ano passado, o Butantã ocupava a vice presidência do DVCMN(Developing Countries Vaccine Manufacturers’ Network), consórcio com mais de 40 produtores de vacinas de países em desenvolvimento.  “A gente conhece todo mundo: os indianos, os chineses, os europeus, os latino-americanos”, explica. A romaria mundial feita pelo médico na busca por parceiros comerciais para os imunizantes do Butantã também contribuiu para deixar esses contatos mais sólidos. A nuvem negra da pandemia foi se aproximando, e o médico ativou uma comunicação desenfreada com esse grupo para apurar quem tinha projeto de vacina, em que pé estava, para onde caminhava. Amarrou alguns acordos confidenciais para troca de informações, inclusive com a Universidade de Oxford.  

No giro pelo exterior feito no ano passado, parte da equipe do Butantã havia visitado farmacêuticas estatais e algumas fábricas privadas na China, entre elas a Sinovac. Pouco depois, representantes da companhia chinesa também foram conhecer o Butantã. Com esse canal aberto, a empresa avisou que tinha uma vacina feita para uma outra epidemia, a do Sars-CoV-1, que já estava em estudos pré-clínicos para ser adaptada para o Sars-CoV-2. Covas também fechou com eles um acordo para troca de informações, mas seguiu em contato com outras empresas. Conversou com a AstraZeneca (que produz a Oxford/AstraZeneca, principal aposta do governo Jair Bolsonaro, embora também tenha princípios ativos produzidos na China), falou com o grupo russo que desenvolvia a Sputnik V. A certa altura, formou sua convicção: nada era melhor do que a oportunidade que tinha com a chinesa Sinovac.

Covas apostou seu pescoço na CoronaVac por quatro motivos: a Sinovac é parecida com o Butantã em tamanho e portfólio de vacinas, o que transformava a negociação em uma conversa entre iguais; a equipe do Butantã conhece e domina a tecnologia da vacina chinesa, a mesma usada por aqui para fazer a de raiva humana e da dengue; a Sinovac precisava muito de uma parceria com um país que ainda estivesse enfrentando a pandemia para fazer testes clínicos; e, por fim, seria ideal que esse parceiro tivesse inserção na comunidade internacional, porque a empresa chinesa é uma companhia pouco conhecida no mundo.

O diretor do Butantã ficou tão animado com os termos do acordo que, a certa altura, chegou a prever que o Brasil teria chances reais de ser o primeiro país a ter a vacina. “Não fosse a da Pfizer, produzida em situação excepcional, e as dificuldades burocráticas inacreditáveis que enfrentamos aqui, já teríamos vacina com condições de uso para os brasileiros”.

Covas passa o dia trocando mensagens pelo WhatsApp com o governador João Doria (PSDB), a quem chama apenas de João.  Duas vezes por semana, participa de reuniões do secretariado para tratar das sempre tensas questões que envolvem a vacina. Diz que opina a todo momento na parte técnica, mas jamais entra nas táticas políticas, embora quase sempre concorde com elas. “Damos as informações científicas, aí eles montam estratégias como a que foi feita na semana passada, do lançamento do plano estadual de vacinação. É um movimento que coloca muita pressão no Ministério da Saúde e no presidente da República e está dando resultados: acordou os governadores e os prefeitos para o fato de que precisamos dessa vacina, ela está muito próxima e nenhuma ação efetiva havia sido tomada”.

Aos 64 anos, Dimas Tadeu Covas se define como um cientista sem traquejo para a política, dado a episódios frequentes de sincericídio. Faz parte da frequentemente criticada massa de médicos que votou em peso em Bolsonaro nas eleições. “Votei nele no 2º turno, motivado pela crença na alternância de partidos no poder. Achei que as coisas poderiam mudar.” Agora, senta a pua na politização da vacina puxada pelo governo federal: “o País é governado por bordões disparados pelo Twitter. É Vachina, é se é da China, não presta, é a China vai botar um chip na sua cabeça… É um retorno à Idade das Trevas, um grau de degradação educacional e moral do país que eu não conhecia. A ciência no Brasil sempre foi cultuada, nomes dos nossos grandes cientistas estão nas nossas ruas. De repente, não é mais importante que a vacina seja feita pelo Butantã, com seus 119 anos de tradição científica“, diz ele. “O fato de o instituto estar fazendo a vacina em associação com uma empresa da China, hoje uma potência científica maior do que o Estados Unidos, já é suficiente para dizer que o que ele está fazendo não vale, é ruim. É uma violência enorme, uma coisa estúpida, desnecessária, que causa mal aos brasileiros”. O médico nunca viu o presidente Jair Bolsonaro pessoalmente. Se encontrasse hoje com ele, diria: “perca algum tempo e venha conhecer o Instituto Butantan, venha ver as pessoas que trabalham aqui. Não é possível, o senhor vai mudar de opinião”.

Qualquer que seja o desfecho dessa história, a militância pela vacina feito pelo médico e professor titular da Faculdade de Medicina de Ribeirão Preto já entrou para a crônica da ciência no Brasil. Ele, francamente, não está nem aí: “atualmente, eu só penso, só falo, só trabalho ao redor dela: a vacina”.

Dimas Covas: Os rumos do Butantan : Revista Pesquisa Fapesp

Imagem extraída de: Léo Ramos Chaves, em: https://revistapesquisa.fapesp.br/dimas-covas-os-rumos-do-butantan/

– Não custa nada…

Simples e não requer esforço (além da imagem ser autoexplicativa).

Abaixo:

Discorda?

Imagem extraída da Web (autoria desconhecida, quem souber, informar para crédito na postagem).

– E ela chegou!

Habemus chuva!

E ela felizmente veio. Mansa e constante, lave nossa alma e dê vida à natureza!

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– Análise Pré-Jogo da Arbitragem para Atlético Mineiro x Red Bull Bragantino.

Para Atlético Mineiro x Red Bull Bragantino, apitará Jean Pierre Gonçalves Lima, 43 anos, o “Vin Diesel da arbitragem” (apelido dado devido à semelhança física com o ator de Hollywood).

Jean Pierre está vivendo seu melhor momento na carreira (mais do que quando esteve próximo do escudo da FIFA). Experiente, sabe deixar o jogo rolar e não marca muitas faltas. Não sucumbe ao VAR com facilidade, e isso é ótimo. Será seu primeiro jogo do Red Bull Bragantino em 2022.

Os bandeiras serão José Eduardo Calza e Tiago Augusto Kappes Diel (ambos gaúchos). O quarto árbitro será Marco Aurélio Augusto Fazekas Ferreira – MG. O observador do jogo será Eduardo Henrique Vieira Campos – MG. Daniel Nobre Bins – RS (que trabalhou em RBB 1×1 SPFC) e André da Silva Bitencourt serão VAR e AVAR respectivamente, com Emerson Augusto de Carvalho – SP sendo o observador de ambos.

Lembrando que no jogo de ida, apitado por Bráulio Machado, houve muita reclamação do Galo Mineiro: havia sido equivocadamente marcado um pênalti contra o Massa Bruta, expulsando Léo Ortiz. Corrigido pelo VAR, desmarcou-se o tiro penal e “desexpulsou-se” o zagueiro (havia sido impedimento do ataque mineiro, e o pênalti marcado por mão na bola foi em lance involuntário – erro duplo, portanto). Apesar do acerto, Rodrigo Caetano (supervisor do CAM) chiou bastante… relembre aqui: https://pergunteaoarbitro.wordpress.com/2022/05/13/o-chororo-de-rodrigo-caetano-apos-red-bull-bragantino-x-atletico-mineiro/

Desejo uma boa arbitragem e um grande jogo!

Acompanhe conosco esse jogão pela Rádio Futebol Total, acessando:
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Narração de Sérgio Loredo, comentários de Sílvio Loredo, reportagens de Pietro Loredo e análise da arbitragem com Rafael Porcari. Quarta, 07/09, 17h00. Mas desde às 16h00 estaremos no ar para levar a melhor transmissão para você!

– Hora das Frutas!

🇧🇷 Hora das frutas saudáveis: hoje temos morango, uva, ameixa, kiwi e pêssego.
Que delícia! Quem vai querer?

🇺🇸 Healthy fruit time: today we have strawberry, grape, plum, kiwi and peach.
Delicious! Who will

– Sexo Seguro no “Dia do Sexo”? Eu indico!

Neste dia 06/09, celebra-se o “Dia do Sexo“.

Sabe quem inventou a data?

A fabricante de preservativos da marca 69, que fazia alusão a uma posição sexual e acabou aproveitando os números do seu nome para criar o 6/9 (seis de setembro).

Mas usar preservativo é fazer sexo seguro? Não falha? Não rasga? Não estoura?

O sexo mais seguro e prazeroso que existe é o sexo com seu / sua cônjuge. É amar e respeita o outro que te ama, mostrando não apenas desejo carnal mas respeito e fidelidade.

Vulgarizar o sexo como se todos fossem tarados e erotizar nossas crianças, como muitos fazem, é tornarmos animais que agem irracionalmente. Sexo é bom, mas não é tudo na vida.

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Imagem extraída da Web, autoria desconhecida. Quem conhecer o autor, informar para crédito no post.

– A beleza de um dia bonito.

Esse clique foi há pouco: o Lago do Taboão, em Bragança Paulista, num amanhecer espetacular.

Que tenhamos um dia inspirado, verdadeiramente!

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– Corrida que fez bem.

👍🏻 Mais um treino finalizado hoje, entre corrida e caminhada, controlando os Batimentos Cardíacos. Valeu a pena suar!

Correr faz muito bem, traz equilíbrio p/ o corpo, p/ a alma e p/ a mente. Faça o mesmo!

E meus motivos para me exercitar eu explícito aqui: professorrafaelporcari.com/2020/06/13/bom
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– 20 anos de casamento.

Hoje eu e a minha querida Andréia celebramos 20 anos de casamento! Se todo dia me questionassem se valeu a pena, reafirmaria que sim, cada segundo valeu, vale e sempre valerá!

TE AMO, MINHA ESPOSA AMADA!

E sabem o que significa o símbolo de “Bodas de Porcelana“?

Extraído de: https://www.significados.com.br/bodas-de-porcelana/

BODAS DE PORCELANA

Bodas de porcelana é o nome dado para a comemoração dos 20 (vinte) anos de casamento.

De acordo com a cultura popular, uma das principais interpretações associadas a porcelana é a resistência, referindo-se ao fato do casamento manter-se intacto mesmo após duas décadas.

A porcelana é um tipo de cerâmica bastante delicada, sendo preciso muito cuidado para que não quebre.

Em comparação com o casamento, a porcelana simboliza o zelo e a atenção que o casal manteve ao longos dos 20 anos. Representa a responsabilidade do casal por ajudar a manter a união do matrimônio.

Outro detalhe que remete ao uso da porcelana como símbolo do vigésimo aniversário de casamento é todo o processo necessário para que este material atinja a sua máxima qualidade.

Por norma, os casais comemoram as bodas de porcelana com uma festa, reunindo os amigos e familiares, reafirmando todo o compromisso e companheirismo que foi vivido nos últimos vinte anos.

A palavra “boda” surgiu a partir do latim “votum”, que significa “promessa”. Assim, a principal intenção das comemorações das bodas de casamento é de renovar as promessas dos votos matrimoniais feitos no dia do casamento.

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– 3a feira florida!

Brincos de Princesa – despertando a 3a feira com beleza!

🌹 🇺🇸 Very beautiful flowers to brighten our day. Live nature and its beauty. Did you like the delicate petals? / 🇧🇷 Flores muito bonitas para alegrar nosso dia. Viva a natureza e sua beleza. Gostaram das pétalas delicadas?

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– Liturgia Diária de 06/09/2022.

MISSA DA FÉRIA 4ª Classe – Missa do domingo Três pensamentos preparam-nos para a santa Missa de hoje: 1. A necessidade que temos do auxilio de deus. …

Continua em: Liturgia Diária – 06/09/2022

– Apagaram o celular do criminoso que atentou contra Cristina Kirchner?

Eu lamentei bastante o ocorrido na Argentina, quando um maluco apontou uma arma para a ex-presidente Cristina Kirchner.

Porém, leio agora que o criminosos Fernando Andrés Sabag Montiel teve o celular apreendido, e, por um erro da perícia, ao invés de ter os dados investigados, o aparelho foi “apagado” e tudo foi perdido.

Para algo tão importante, praticou-se mesmo tal trapalhada? Que coisa estranha…

Saiba quem é Cristina Kirchner, vice-presidente argentina vítima de  atentado | CNN Brasil

Imagem extraída de: Natacha Pisarenko/Pool via REUTERS, de: https://www.cnnbrasil.com.br/internacional/saiba-quem-e-cristina-kirchner-vice-presidente-argentina-vitima-de-atentado/

– Cadê o azul da tarde?

E não veio o azul no céu…

Poderíamos ter um pouco mais de cores, né?

Ainda assim, há beleza no infinito!

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– Árbitro de Palmeiras x Athlético pela Libertadores: boa escala!

O uruguaio Esteban Ostojich Daniel Vegah, 40 anos de idade e há 6 temporadas na FIFA, apitará Palmeiras x Athletico pelo jogo de volta da Libertadores da América (recentemente, apitou muito bem Flamengo x Corinthians, também pela Libertadores). Para refrescar a memória, Ostojich apitou a final da Copa América entre Brasil x Argentina em 2021, foi o árbitro da semifinal da Libertadores entre Palmeiras x River Plate, e atuou na final entre Bayern x Tigres pelo Mundial de Clubes da FIFA.

Esteban tem ótimo condicionamento físico, é muito bom disciplinarmente e tem desempenho técnico razoável (digo isso pois vejo alguns erros evitáveis e muito suporte do VAR em seus jogos – menos do que temos no Brasileirão e mais do que é comum na Europa).

No papel, é uma boa escala! Aguardemos.

Conmebol adianta 60% da premiação da Libertadores e Sul-Americana | Agência Brasil

Imagem: divulgação.

– Hora das frutas gostosas!

Frutas deliciosas para a criançada ter saúde: morango, uva, manga e maçã.

Quem vai querer?

Coma fruta que faz bem?

🍓🍇🥭🍎 #fruits

– Beijinhos!

Beijinhos de cores vibrantes – a fim de embelezar a nossa labuta!

Viva a natureza e a sua beleza.

📸 #FOTOGRAFIAéNOSSOhobby
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– Grigio…

Tudo cinza na rua.

Verde?

Somente um pouco das plantas…

Mas vamos continuar torcendo por um pouco de azul no céu.

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